Riceviamo e pubblichiamo - Quella di Gabbianelli - breve riflessione, circostanziata sulle questioni urbanistiche - è stata una esperienza conservatrice e sofferta, figlia di una visione della società ferma nelle sue piccole sicurezze e incapace di confrontarsi con i grandi cambiamenti e le grandi innovazioni.
Una città che, nel disegno autoritario del suo primo cittadino, doveva trovare spazi di nobiltà nei salotti europei attraverso la figura carismatica del suo rappresentante istituzionale, mentre veniva tessuta una fitta tela di relazioni con imprenditori edili, in particolare, per quella che sarà ricordata negli anni come “l’urbanistica dell’asino” o del “tappabuchi”.
Nessuna visione condivisa dello sviluppo della città, ma solo una strategia sottesa a preparare il nuovo sacco, senza colpo ferire.
Gran parte dei terreni agricoli, ancora liberi, della periferia, sono stati acquistati dalle società immobiliari, nella Piana di Viterbo, a S. Barbara, al Barco, sulla Palanzana, alla Mazzetta, sulla Tuscanese, e via via in tutti gli spazi utili, prima ancora che si cominciasse a discuterne in sede di nuovo piano regolatore. In spregio al criterio della trasparenza e della pubblica utilità, il disegno della città che viene sarà ricalcato sugli interessi dei grossi nomi dell’edilizia viterbese.
L’attività urbanistica di Gabbianelli sarà ricordata per aver svenduto le aree verdi del vigente piano regolatore (Ceramiche Tedeschi, Pinetina, S. Barbara, Via Tuscia, Arcionello) e per aver lasciato il centro storico in balia di un abbandono offensivo e di un traffico insolente.
I parcheggi liberi sono diminuiti, le centraline per il controllo dell’inquinamento non ci sono, i turisti continuano a vagare sperduti tra strade del quartiere S. Pellegrino deserte e sporche.
Le realtà economiche non sono state coinvolte nelle programmazione, nella condivisione degli spazi e dei tempi, di un disegno della città, neanche quando sono state chiamate a discutere dell’ipotesi dell’aeroporto.
Perché una idea di Viterbo città aeroportuale non c’è, e basterebbe questo a confermare un giudizio sull’amministrazione Gabbianelli fortemente negativo. Così in tutti questi anni non c’è stato il disegno di una città termale, di una città turistica, di una città d’arte.
Tuttavia credo sia necessario rimarcare che il limite maggiore della sindacatura Gabbianelli è stato quello di aver allontanato i cittadini dalla gestione della città, di aver ignorato le loro disponibilità quando si sono offerti come comitati o come associazioni di contribuire con le proprie intelligenze e competenze ad una città diversa, più viva, più trasparente, più partecipata.
Il sindaco è giunto a disconoscere queste esperienze, negando il loro valore sociale.
Ma questo attiene ad una visione dell’amministrazione intesa più come feudo che come casa di vetro. Un pessimo servizio per la crescita culturale della comunità viterbese. Una esperienza da dimenticare al più presto.
Umberto Cinalli
Portavoce Verdi per la Pace del comune di Viterbo